La Cesarina AFFITTACAMERE - BED & BREAKFAST a TRAVA di LAUCO in Carnia

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LA MADONNA DI TRAVA E LE MAINETTE DELLA VIA CRUCIS

IL SANTUARIO DELLA MADONNA DEL CARMINE DI TRAVA DI LAUCO
 

Trava, frazione del comune carnico di Lauco sopra Villa Santina, all’inizio del 16° secolo contava 55 “fuochi”. Posta sui monti, non lontana da Tolmezzo, in provincia di Udine, faceva parte dell’ultimo dei quartieri in cui era divisa la Carnia.
Poco distante dall’abitato si trovava una immagine cartacea della Madonna del Carmine che, posta in qualche modo su un tronco, riceveva la venerazione di coloro che salivano e scendevano dalla montagna.
Crescendo la sua devozione, gli abitanti del paese costruirono una cappelletta o “maina” in onore della Vergine che per altro in basso, nel paese sottostante, aveva già un altarino nella vecchia chiesa di S. Leonardo.
La convinzione che, rivolgendosi all’immagine della maina, si potessero ottenere grazie particolari, o addirittura miracoli, fece accorrere devoti dai luoghi più disparati, avviando così il fenomeno dei pellegrinaggi spontanei, provenienti dal Friuli alto e da quello basso, dal goriziano al Cadore.
Certamente tra queste valli era già invalsa la pratica, delle suppliche alla Madonna, per poter correggere il destino eterno delle creature morte senza battesimo. L’intento non era di restituirle alla vita terrena ma, mediante una breve tregua della morte, consisteva nel poterle redimere dalla colpa originale.
Però questi miracoli, veri o falsi che fossero, non si sarebbero dovuti chiamare “resurrezioni” perché per risorgere bisogna prima nascere e poi morire. Ma quelle piccole spoglie non erano mai nate; erano solo un frutto non maturato alla vita e, i loro occhi, non avevano mai visto la luce. Tuttavia Giovanni l’apostolo prediletto, dopo l’esilio di Patmos, aveva dettato in greco che tutti gli uomini sono nati mediante Dio. E cioè che ogni creatura, sin dal momento del concepimento, fa già parte del piano predisposto per la sua esistenza in questo mondo.
Lasciato il fiumeTagliamento ed il canale del Degano, appena sopra l’altopiano dove si trova il paese, i pellegrini raggiungevano il santuario per propiziarsi l’intercessione della Vergine.
Ma non bastava il fervore delle suppliche, bisognava che pure il sito fosse confacente alle celebrazioni per richiamare in vita quei corpicini esanimi. Essi, ridestati solamente per gli attimi del battesimo, dopo il rito dovevano poter essere seppelliti in un recinto consacrato: così il disegno del loro salvamento avrebbe avuto compiutezza.
Si avvertì allora la necessità e l’urgenza di poter usufruire di un vero luogo di culto. L’iniziativa fu assunta dal Comune e l’approvazione fu concessa il 15 settembre 1659 con il mandato al curato di Trava di benedire la prima pietra del sacro edificio.
Per la costruzione fu subito incaricato Gio. Battista Gonano di Pesariis e, senza alcuna interruzione, in poco tempo l’edificio prese forma.
Dopo meno di quattro anni la sacra immagine della maina, solamente un po’ discosta dalla chiesa appena costruita, venne trasferita stabilmente nel nuovo “altare miraculorum”.
L’edificio a pianta rettangolare, come d’uso per i piccoli santuari dell’epoca, venne solidamente costruito con un ampio porticato sul davanti che era sostenuto da quattro robusti pilastri e chiuso da un recinto di muro con un sedile di pietra tutt’intorno.
Ai lati della porta maggiore due finestre lasciavano vedere l’interno dell’unica navata nel cui fianco, verso la montagna, s’internava la cappella coll’altarino e la statua di S. Gottardo. Di fronte, stava l’altar maggiore in legno con al centro la nicchia, dorata e traforata a rosoni, con l’immagine miracolosa di Maria.
Il santuario di Trava si raggiungeva, allora come oggi, mediante una breve salita dalla villa, sul cui margine furono poi collocate le mainette con la Via crucis. Esso conservava numerosi ex voto, oggi in gran parte dispersi (trafugati), che documentavano la vita carnica del tempo.
Il solingo sacello della Madonna di Trava, esposto alla inclemenza delle intemperie, era stato fondato sul versante della montagna completamente isolato dalla villa che, compatta, stava di sotto. Esso non aveva che le fronde degli alberi resinosi per dare qualche riparo ai suoi devoti che a frotte, spontaneamente e all’improvviso, giungevano da ogni parte; una inadeguatezza che in corso d’opera era stata almeno un po’ corretta con l’ampia tettoia e con la “polsa” perimetrale.
Nel 1662 venne eletto dalla vicinia. quale cappellano, don Francesco Beorchia. A questo punto iniziarono le critiche sulla conduzione del santuario. L’inquisitore del S. Officio, da parte sua, aveva tratto la conclusione che la forma del battesimo che veniva amministrata a Trava comportava gravi sospetti di eresia e, per di più, erano stati comprovati anche alcuni episodi di simonia. C’era cioè l’implicito sospetto che l’abuso fosse ispirato, da una tra le tante famiglie Beorchia di Trava, per lucrare sui pellegrinaggi.
Ma c’era anche dell’altro perché, avendo il patriarca informato del proposito di volere sul luogo un suo rappresentante per rendersi conto della realtà dei fatti, la comunità aveva subito replicato che, a giudicare, non fosse un personaggio della Curia ma un prete del luogo, “che meglio avrebbe capito il problema”.
Infine, nonostante che da Roma si comandasse al patriarca di “rimuovere simili abusi con quei mezzi che la sua prudenza giudicherà opportuni”, Udine dichiarava che, “non essendo nostra intenzione di levar la devozione verso la Beatissima Vergine di Trava nella Cargna”, la conduzione del santuario doveva essere giudicata positiva.
Sul finire del 1663 il patriarca Giovanni Dolfin chiedeva di non permettere il pellegrinaggio verso il santuario con i cadaveri dei bambini. Una istanza autorevole che, pur se limitata, fu lasciata però cadere nell’inadempienza; d’altra parte a Roma, dalla prima denuncia del pievano di Invillino fino alla condanna del 1755, si erano già succeduti ben nove papi.
A causa della disobbedienza, nella conduzione del rito, erano intanto stati avviati i procedimenti dei tribunali periferici del Santo Officio. Tuttavia il dissidio dottrinale non approdò ad alcuna conclusione perché, come è stato scritto, l’ordinanza patriarcale del 1686 aveva stabilito che non si doveva intralciare la devozione alla Madonna di Trava. Ma, forse, è stato solo un modo per disarmare le tensioni tra il rigore dogmatico e la speranza di una diversa via di salvezza per quelle creature.
Successivamente nemmeno il movimento filosofico e sociale dell’Illuminismo, frutto del libero appello alla ragione e alla scienza, fu in grado di fugare le tenebre e di portare i suoi lumi.
In questo àmbito montano, di per sé isolato, i più erano risoluti a tutelare i prodigi della loro Madonna da ogni intromissione. Ed è probabile che, da parte di alcuni, i “miracoli” venissero utilizzati per il proprio tornaconto ma, per tutti gli altri, essi confermavano la risposta alla loro fede.
Erano gli epigoni di una credenza che si stava estinguendo ma, nella villa, prevaleva la convinzione di essere destinati a diventare i paladini di quei poveri bambini nati morti e delle loro madri disperate.
Però la gravezza di questo impegno non era di poco conto perché tutto il dispendio, per la costruzione e poi per la conduzione del santuario, veniva attinto dai beni della vicinia, dai lasciti dei fedeli, dalle collette e dalle “limosine” dei pellegrini.
Nel 1684 fu ratificata la decisione “di far fare la glova, così chiamata volgarmente… con la conditione però che detta fabrica sia fatta con celerità, et che detti mistri siano tenuti tior in pagamento parte roba et parte denari, e quello si potrà in pocho alla volta”. Così nella primavera dell’anno successivo si fecero la croce e le altre ferramenta per la glova stessa.
Dopo il terremoto del 28 luglio 1700 che aveva “malamente fracassato le case di Trava”, il patriarca Dionisio Delfino “andò a buona hora a Trava ove consacrò la Ven. Chiesa della Beata Vergine di detto luogo”. Don Giovanni Cimenti, cappellano dal 1856, ebbe l’iniziativa ed il merito della costruzione del campanile dietro l’abside, portando il concertino a tre campane.
La prolungata frequenza dei “miracoli” di Trava, pur sorretta dal caldo consenso popolare, dopo le rigorose disposizioni del 1755 si sarebbe dovuta sedare. Invero la condanna papale aveva scritto, in modo inappellabile, la parola fine alla conturbante ritualità delle resurrezioni temporanee, ma non è stato così!. Infatti, magari nascostamente, l’antica devozione spontanea non si era scompaginata perché l’ultimo ex voto di una creatura lì resuscitata reca la data del 1856 e, nel quadretto, essa appare accanto ad un prete.
Va detto infine che tutto quel salire e scendere al santuario ha scandito, per un tempo assai lungo, l’inestinguibile bisogno del soprannaturale e che, l’attesa del miracolo, ha se non altro aiutato a lenire tanti affanni. Oggi nella vallata, sopiti i clamori, permangono solo gli echi di una vicenda del passato tramandata con discrezione.
In una tavoletta votiva del XVII secolo appaiono due figure paludate con stole sacerdotali: sono le donne deputate a ricevere i bambini morti, poi fatti risorgere con le loro calde orazioni e battezzati, descritte nel memoriale dell’Inquisitore Generale.
Chissà quante volte quel loro grido, “grazia, grazia; miracolo, miracolo”, ha sedato il clamore delle suppliche! Un grido che a Trava, per otto generazioni, si è levato come una liberatoria: “biât frut, almancul cumò tu pòs lâ a spetanus in paradîs”.(povero bambino, almeno adesso puoi andare ad aspettarci in paradiso).
Il santuario della Madonna del Carmine, più comunemente conosciuto come “santuario della Madonna di Trava”, si trova nell’omonima frazione di Trava nel comune di Lauco (700 mt. s.l.m.), a 12 km da Tolmezzo e 70 km da Udine. Festa e processione si svolgono il 15 agosto.
(Ercole E. Casolo)

 

LE MAINETTE DELLA VIA CRUCIS

La strada che conduce al piccolissimo Santuario del Santo Nome di Maria, ma meglio conosciuto come il Santuario della Madonna di Trava, è fiancheggiata da 14 piccole "mainette" in tufo, ovvero da delle edicole, all'interno di ognuna delle quali vi è collocato un dipinto su latta. Tali pitture, dipinte nel 1915 dal pittore gemonese Giovanni Fantoni, raffigurano gli episodi della Via Crucis.

 
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